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Date: martedì, 30 agosto 2005
Time: 19:23
In: filosofia, viaggi mentali, frasi moniti e insegnamenti
Un ciclone di avversi interessi, un tornado di desideri contrastanti invade il mio animo, in questo momento, in cui mi accingo a redigere uno dei post più significativi del blog.
Un post che in una lunghezza ipoteticamente infinita cercherà di spiegare a coloro che non hanno potuto sentire, ma soprattutto a coloro che non hanno voluto sentire, quanto possa essere nociva un’estate per un essere umano.
Sarà una cosa lunga, suppongo, saranno veramente pochi, coloro che avranno la voglia e il coraggio di leggere fino in fondo; non preoccupatevi, non obbligo nessuno a farlo, nessuno di voi è tenuto ad arrivare in fondo, nessuno di voi è tenuto ad ascoltare tutte le mie recriminazioni, nessuno di voi mi ha promesso di ascoltarmi o leggermi (o sbaglio?).
Tuttavia, nonostante accompagnato da questa convinzione, ho la necessità di scrivere qui quello che avevo bisogno di raccontare, se avessi avuto qualcuno disposto ad ascoltarmi.
Quest’estate mi ha arrecato parecchie ferite; numerose sono quelle che si stanno chiudendo, non senza lasciare un segno profondo se non indelebile, ma non sono poche nemmeno quelle ancora aperte.
E’ stata una guerra, una vera guerra contro più nemici, a volte visibili, altre nascosti, a volte consci di starmi facendo del male, altre completamente ignari, se non convinti di star agendo per il mio bene.
Ed è stata una guerra che ho dovuto combattere praticamente solo, ero troppo lontano dagli amici e troppo debole e orgolgioso per farmi sentire.
Una guerra partita dallo stravolgimento del significato stesso della parola “vacanza”. E non alludo al servizio in oratorio, per quanto devastante sotto il profilo psicologico e dei nervi; quella è stata una mia scelta, la mia unica grande scelta degli ultimi mesi.
Non ho certo scelto di passare tutto quello che ho passato, a partire dall’evento che, per prima, ha catalizzato questi mesi.
Come già accennavo nei post precedenti, io e Laura ci siamo lasciati. Non secondo la nostra volontà, ma secondo quella di altri, perché i suoi rapporti coi genitori stavano superando il limite dell’umana accettazione, perché la sua stessa salute fisica ne stava risentendo, perché io stesso trascuravo tutto e tutti per attendere quel giorno, quelle poche ore in cui avrei potuto vederla. Non è per l’assenza di quotidianità o per la distanza. No. Quelli sono ostacoli superabili. E’ per quelle cose su cui noi non possiamo influire.
E da qui, forse, parte tutto.
L’accettare una simile condizione non è affatto facile. Laura per me era tutto e io per lei ero di più. Io le stavo insegnando a vivere e lei mi stava insegnando ad essere felice, ma evidentemente questo non era permesso. L’idea che le storie debbano finire l’ho accettata, ma l’ho accettata nella convinzione che esse finissero per una decisione o di uno o dell’altra.
Ma è ancora più difficile se, cercando conforto tra gli amici, scopri che è assai difficile trovarne uno che sia contrario. Sono rimasto sconvolto quando sentivo tutti che mi esortavano a porre fine alla storia, a troncare tutto e soprattutto a dimenticarla.. già, dimenticarla. E questo riuscivo ad accettarlo quando a dirmelo era la mia cugina adottiva con cui ci ho parlato per tre giorni in tutta la mia vita e che non sa niente di me, ma quando erano i miei amici più vicini..
Non riuscivo a credere che non avessero capito quanto fosse importante per me, che non afferrassero il concetto che non avrei mai potuto accettare di DOVERLA lasciare, non di lasciarla.
Sono rimasto allibito quando una delle persone per me più importanti mi ha scritto che dovevo smettere di sentirla, in modo da pensarci meno e quindi dimenticarla.. E’ stato uno shock, eppure lo sapeva, mi ha visto piangere per lei..
Mi trovavo spaesato, ero in cerca di qualcuno, di un’unica persona che mi dicesse il contrario, una persona che si incazzasse con me per quello che stavo facendo, che mi disprezzasse.
Ma durante la ricerca..
..era una sera come molte altre, io, mio fratello e i miei due cugini di Firenze a letto a parlare.
Come già era successo, a notte inoltrata, mi chiama Laura, iniziamo a parlare io e lei e poi anche gli altri.
Ad un certo punto le chiedono perché non volesse parlare direttamente con loro, mettendo il vivavoce. “Brutto tasto” penso io, ma non potevo immaginare cosa sarebbe nato.
Inizialmente si rifiuta di rispondere, poi accenna una vaga motivazione e, prima ancora che iniziasse a spiegare il vero motivo, senza ragione alcuna le piovono addosso gli insulti. Prima sul livello di: “Non è possibile!”, poi sempre più pungenti e offensivi, fino alla stereotipizzazione che le donne vogliono tutto e non danno nulla, che io ero rimasto incantato e che quindi i miei pensieri erano distorti dalla volontà di Laura e via discorrendo.
Laura scoppia a piangere, chiude la conversazione e spegne il telefono. Da noi parte una discussione, riesco a riportare ad un certo livello di ragione i miei camerati, ma non sembrano comunque convinti.
La situazione era precipitata. Da una parte io ero titubante a lasciar perdere tutto e quell’episodio bruciava e rimaneva stampato nella mia mente, dall’altra Laura stava malissimo, si fidava di loro e più volte gli aveva raccontato cose molto personali.
Fu a quel punto, per fortuna, che ho trovato la persona che cercavo.
Ho raccontato l’episodio a Suaria e lui mi ha risposto apertamente, criticando le reazioni dei cugini, ma anche le mie e di Laura; mi ha detto che non potevo accettare di lasciarla e che di sicuro non dovevo dimenticarla. Che non dovevo arrendermi e continuare fino a che non avesse prevalso una delle due parti.
E con grande sorpresa, mi ha detto le parole che io più volte avrei voluto dire ad altri.
E io qui, finalmente le dico anche a voi: come si fa anche solo a pensare che un uomo possa accettare di dover lasciare, abbandonare e dimenticare la propria vita, la cosa più importante in assoluto, la persona per la quale vive?
E se la cosa fosse inevitabile?
Allora non è una tua scelta, tu non devi lasciarla, tu non devi abbandonarla, tu non devi dimenticarla, ma continuare a lottare per ritrovarla senza mai smettere di ricordare. Ma nel momento in cui tu accetti questa situazione dimostri che ci sono cose più importanti di lei.
Ero quindi perso in questi pensieri durante due mesi in cui non vedevo nessuno, non trovavo nemmeno una persona nuova, qualcuno con cui passare il tempo, per dar meno pensiero alle preoccupazioni.
Passavano due mesi in cui mi trovavo più spesso a lavorare che a divertirmi, ma non vedo ombra di ricompensa.
Trascorrevano sessanta giorni di conflitti sempre più accesi con i miei genitori, di provocazioni e di rappresaglie.
Arrancavano due mesi di solitudine, di malinconia e di riflessione.
Stavo perdendo tutto: la mia ragazza e già questo basterebbe per i prossimi due, tre o quattromila anni; un gran numero di amici, che mi hanno voltato le spalle senza alcun motivo; soldi: compravo un gran numero di ricariche per avvicinarmi al mondo, ma non ne ricevevo indietro nemmeno un centesimo. Ho perso chili, non avevo più fame, mangiavo poco e da inizio luglio sono passato da 68 a 60kg; ho perso l’abilità a scrivere, da inizio giugno non compongo più un testo decente, ho perso l’abilità a disegnare. Ho perso fiducia in me stesso, che a fatica sto riconquistando, ho perso prestigio.
Già, prestigio.
Come si può definire quella cosa in base alla quale in un gruppo tu sei più o meno in vista?
Quella cosa che fa sì che su due tavoli tu non venga mandato in quello degli sfigati?
Quell’essenza che fa in modo che la gente di ascolti quando inizi un discorso per quanto palloso?
Beh, io l’ho persa.
Erano gli ultimi giorni di vacanza, finalmente stava finendo e finalmente passavo dei giorni coi miei amici: la Carlina, il Lele, Otti e tutti gli altri. Finalmente potevo divertirmi, scherzare e fare il coglione.
Ma soprattutto potevo parlare, potevo confidarmi a qualcuno di cui mi fidavo, qualcuno che nelle ultime settimane mi aveva incitato a tenere duro che poi avrei potuto raccontare tutto.
O meglio, speravo di poter parlare.
E’ stato l’ennesimo duro colpo, ad una, ad una, le persone a cui iniziavo a parlare, presto o poco più tardi troncavano il discorso, o addirittura, senza dir nulla se ne andavano; chi dopo il racconto degli snervanti lavori del cazzo che ho fatto per mio nonno, chi durante l’esplicazione di vari problemi di relazioni, chi una volta ottenuta la conferma che Laura non la dimenticherò, ma nessuno dopo che io avevo finito di parlare.
A questo si aggiungeva l’esclusione, come dicevo sopra, dal tavolo più “in”, relegato in disparte con il nostro “don” e con lo sfigato del gruppo, al quale facevo riferimento e mi paragonavo. A nessuno è passato per la testa di cambiare i posti a tavola, nessuno si è accorto che nel nostro tavolo ci stavano comodamente altri due posti. Nessuno ha nemmeno accennato all’essersi accorto che io non ero nel tavolo con loro, se non altro, non prima che la vacanza fosse finita. Già, perché a quel punto ho scoperto che ero io che non volevo venire.. così almeno mi riferivano, perché c’erano sempre posti liberi.. (dettaglio ovviamente falso, per un motivo o per l’altro io arrivavo a tavola sempre dopo tutti gli altri e di posti liberi manco l’ombra.)
E il mio bisogno di raccontare e di parlare, o il mio egocentrismo, come alcuni preferiscono definirlo, non veniva soddisfatto, prevaricato dai racconti del viaggio a Barcellona del Lele e da quelli dei vari campi scout.
Mi trovavo quindi a parlare con Regorda (lo sfigato) di macchine, di warhammer, ma anche di concetti più elevati, col Giulio di montagna e di vita personale.. ma con chi volevo parlare non riuscivo: i discorsi iniziavano e non finivano o non venivano presi sul serio. Con qualcuno ho anche provato ad incazzarmi, col risultato che alla fine, sono riuscito a dirgli due parole serie, ma non so quanto le abbia prese sul serio.
E così le vacanze sono finite, ho tralasciato molte miriadi di piccoli episodi, ma il succo è chiaro.
La voglia di vivere è pari a zero, non ne vedo i motivi, non ne vedo i vantaggi, ma non li vedo nemmeno nello smettere di vivere quindi non vedo perché farlo. Ho solo il sogno di una vita per lo meno decente, è un’utopia, lo so, ma se un uomo non ha nulla, lasciate che almeno abbia dei sogni.
E quindi vivrò inseguendo quelli che possono essere dei piccoli traguardi, che non varranno la felicità, ma che daranno soddisfazione.. un po’ come l’Inter, mi accontenterò di risultati minori nell’impossibile desiderio di vincere qualcosa.
Mi accontenterò di quel ruolo di secondo piano che salta fuori a volte quando c’è bisogno di qualcuno, ma quando c’è voglia di qualcuno verrà rimesso da parte.
Un saluto a tutti e ricordate:
Si può perdere la voglia di vivere, senza voler morire, nell’Utopia di una vita migliore.
L’ombra di Scexpir
Scexpir |
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